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San Martino al Cimino


San Martino al Cimino



C'era una volta una Gran Dama, chiamata Donna Olimpia che abitava in un piccolo paese dalla forma assai curiosa. Non so se qualcuno di voi sia mai stato a Roma; comunque dovete sapere che c'è una piazza assai bizzarra di nome Navona. Ed è proprio della stessa forma ovale di questa piazza che è fatto San Martino al Cimino. La Gran Dama, che aveva infiniti soprannomi tra i quali quello di Pimpaccia, aveva scelto come dimora per la vita proprio San Martino al Cimino. Per quale motivo? Probabilmente perché era un luogo incantato; si trovava in cima ad una serie di montagne magiche chiamate, non a caso, monti cimini. A proposito di questi monti, qualcuno racconta che tantissimi anni fa ci fosse un enorme montagna in quelle terre, ma che d'improvviso prese fuoco per la rabbia. Ci fu una grande esplosione! Dalle sue ceneri nacque un bellissimo lago chiamato di Vico che sembrerebbe esistere ancor oggi. Ma, orsù, torniamo alla nostra storia: la Pimpaccia, era una donna di grande potere, amata da cavalieri e da papi a tal punto che le fu affidata in sorte la città di San Martino. Originariamente vi era solo un convento, abitato prevalentemente da monaci austeri provenienti da zone remote e montuose. In quelle terre lontane vi erano città famose in tutto il mondo come Norcia e Cascia. Quando la Pimpaccia giunse per la prima volta a San Martino se ne innamorò. Certo l'atmosfera era un po' troppo cupa per i suoi gusti e il dialetto dei monaci le pareva proprio incomprensibile. Decise, tuttavia, di fermarcisi e così iniziò a rivitalizzarlo un po', dando sfogo alla propria fantasia. Attorno alle case nuove ed alla Basilica Cistercense bisognava rendere abitata la città più strana, estrosa e, a suo modo più bella, che si fosse mai vista. Si recò prima presso il carcere di Civitavecchia e, poi, si fermò lungo la via Cassia. I suoi incontri non furono con gente timorata di Dio, ma con prostitute e galeotti ai quali fece un'offerta che nessuno avrebbe potuto rifiutare. Gli promise una casa, una dote ed un lavoro. Non solo, ma la stessa sorte sarebbe toccata ai loro discendenti per sette generazioni. Pensate che ancor oggi qualcuno vocifera di aver conosciuto una famiglia che usufruiva di quel lontano privilegio fino a pochi anni fa. Ma ritorniamo alla storia. Provate ad immaginare la faccia dei poveri monaci alla vista di quel popolo chiassoso, dall'odore di alcool e dai vestiti strappati e poco rispettosi di Dio. Sicuramente l'incontro non fu dei più naturali, ma piano piano i religiosi si abituarono all'idea di convivere con queste persone (le malelingue dicevano che qualcuno di loro fu molto contento del cambiamento!). La città fu abitata in poco tempo e a dominarla vi era uno splendido palazzo di cui ancora si raccontano leggende. Si narra che avesse 20, ma che dico 20, 40, ma che dico 40, 72 stanze. E qualcuno non esita a dire che in ognuna delle camere la Pimpaccia avesse portato i suoi amanti sfidando la morale e le maldicenze del tempo (una femminista ante litteram!). Ciò che senza dubbio ancora ci ammalia e ci affascina è la magia del soffitto della stanza delle udienze (che non a caso era la stanza preferita da Donna Olimpia). Per incanto il soffitto ornato d'oro zecchino si alzava ed abbassava per opera di una serie di ingranaggi così complessi che probabilmente nessun ingegnere al giorno d'oggi sarebbe in grado di riprodurre. Sparsasi la fama della bellezza della città e del carisma di Donna Olimpia, grandi artisti vennero a costruire fontane e palazzi come il Bernini, il Borromini e il Vignola, ma anche queste sono altre storie che racconteremo, forse, in una nuova pagina*.
San Martino al cimino
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In basso la fontana del Vignola, artista di cui abbiamo già incontrato la Castellina di Norcia e la chiesa di San Lorenzo a Sant'Oreste.
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* I testi sono di fantasia e rielaborano i dati storici in maniera creativa ed a fini narrativi. Riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali e per informazioni uffciali si rimanda sempre ai siti istituzionali. Le immagini pittura ad olio e le fotografie hanno un fine esclusivamente descrittivo dei testi e non sono commercializzabili. L'autore è proprietario dei testi e delle immagini ed ogni fine di riproduzione anche parziale e vietato se non espressamente autorizzato.

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