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Ricerca personalizzata

Castel Sant'Elmo

Castello Torre in Pietra

Appena scesi dalla funicolare centrale di Napoli ci ritroviamo nel cuore del Vomero. Sperduti e non sapendo dove andare, ci guardiamo intorno. Mentre esitiamo per decidere sul da farsi, ci si avvicina un anziano signore napoletano. “Correte in quella direzione – bisbiglia guardandoci negli occhi – Ma sbrigatevi o arriverete tardi. L’ora è ormai giunta!”

Ci voltiamo subito verso la strada indicata, il tempo di una manciata di frames (per parlare un po’ da tecnici della post produzione cinematografara) e, quando ritorniamo con lo sguardo dove si trovava il vecchietto, vediamo solamente la strada deserta. Incredibile ma vero! L’uomo attempato sembra essere svanito nel nulla!

Beh, poco importa, se ci ha detto di correre un motivo ci sarà pure. Così senza pensarci due volte ci affrettiamo per una stradina in salita che si trova proprio nella direzione che c’è stata suggerita.
La nostra fiducia è ripagata ben presto. Dopo solo qualche centinaia di metri siamo di fronte ad un grande, imponente e prestigioso castello.
Ne ammiriamo estasiati la bellezza e mentre ci stupiamo e rimaniamo sedotti dall’artefatta geometria in cui è stato trasformato l’irregolare tufo giallo, sentiamo chiamarci da lontano.
Scorgiamo un omino che, con il caratteristico accento napoletano, ci urla "Cosa aspettate, correte, manca poco. Non vorrete mica rimanere fuori. Sopra tutti vi stanno aspettando da tempo." Così, trascinati da queste parole come se avessimo perso la nostra volontà, varchiamo l’enorme cancello, entriamo nel cortile e proseguiamo fino ad un passaggio nella cinta muraria.
C’è una porta, socchiusa. L’apriamo. Pochi passi e siamo davanti ad un ascensore che, pronto ad iniziare il suo viaggio, sembra non attendere altri che noi. Dopo il nostro ingresso, le porte si chiudono ed inizia l’ascesa: 1, 2, 3, 10, 100, 1000 piani. In un frammento di secondo saliamo un’infinità di metri.
Ci manca l’aria. Ci sembra di stare sulla cima del Monte Bianco (anche se in realtà non ci siamo mai stati). Il montacarichi si blocca solo al 1985° livello. Sì avete capito proprio bene la lancetta è sul numero 1985, roba da pazzi! Si aprono le porte e, come per magia, ci ritroviamo in un luogo antico e al contempo moderno, sospeso nell’aria. Sotto di noi, Napoli, il Vesuvio, il Gran Pavese e la Certosa di San Martino, insomma come direbbe qualche cantante moderno: il più grande spettacolo dopo il big bang. Ma non è finita qua.
Passeggiamo per il lastrico solare della rocca; qui incontriamo pittori affermati, maestri scultori e stravaganti artisti. Fortunatamente abbiamo studiato e così siamo in grado di riconoscerne qualcuno: per esempio l’anarchico pittore Baj, ovvero lo scultore partigiano Umberto Mastroianni (zio di un famoso attore del cinema italiano), ovvero il Siciliano Emilio Greco; restiamo poi letteralmente sbalorditi alla vista del transavanguardista Mimmo Paladino, di cui da sempre siamo dei grandi estimatori.
In realtà questi sono solo alcuni dei numerosissimi artisti tra cui ci mescoliamo. C’è chi dipinge, c’è chi lavora di scalpello, c’è chi gioca con macchine fotografiche e cineprese, qualcuno ozia su di una sedia di canapa, qualche altro contempla lo splendido paesaggio da un torr(i)one.
Tutti ci salutano entusiasti e ci raccontano uno spicchio della storia di Napoli; a detta loro si tratta dello spicchio di storia più saporito da quando esiste l’essere umano.
Ci narrano di un’epoca lontana in cui Napoli era vessata da iniqui tributi, da tasse che impedivano alla povera gente perfino di respirare. In questa “contingenza sfavorevole” (tanto per usare l’attuale e pacato vocabolario giornalistico) furono i più umili tra gli umili a ribellarsi. Sembra che la rivolta fosse capeggiata da un pescatore/pescivendolo di soprannome Masaniello. Nonostante che Masaniello e i suoi compagni fossero una vera e propria armata Brancaleone riuscirono nella loro impresa e, anche se solo per pochi giorni, riconsegnarono al popolo la libertà.
Non tutte le storie, miei cari piccoli lettori, finiscono però con il lieto fine e fu così che questi eroi ad un certo punto si sentirono stanchi e smisero di combattere. Erano garzoni, pescatori, contadini e non erano proprio abituati a stare con l’archibugio in mano e così, esausti, si misero a dormire.
Così mentre ancora sognavano la rivoluzione che avevano appena incominciato, tutto, in un batter di ciglia, tornò come prima. Ciò che era reale si trasformò in utopia! Pensate, la durata dell’effetto delle loro gesta fu così breve che qualcuno negò perfino che avessero avuto luogo.
Oggi quella rivoluzione è più materia per romanzieri che per storiografi, questi ultimi, infatti, preferiscono ignorarla all’approfondirla perché hanno paura di essere accusati del reato di travisamento. E sappiamo bene che sarebbe l’infamia peggiore che possa capitare ad uno storiografo che si rispetti.
Fortunatamente i nostri amici artisti non hanno di questi timori. E continuano a raccontare la vera storia di Masaniello, certi che le loro parole, prima o poi, possano irrorare un seme in grado di far nascere da qualche parte un nuovo coraggioso condottiero.
Dopo il racconto ognuno torna alle proprie attività e noi ci avviciniamo ad un pittore dalla barba lunghissima. Si tratta del futurista Emilio Notte. L’artista felice di incontrarci ci presta la sua tavolozza e ci invita a dipingere (prendendo spunto dalla storia di Masaniello) la rivoluzione che un giorno avverrà.
Che emozione! Immergiamo con trepidazione i pennelli nei colori, poi li facciamo roteare sulla tavolozza e ci sentiamo dei veri e propri artisti.
Mentre siamo assorti nel nostro lavoro, udiamo il rintocco di alcune campane provenire dalla Certosa di San Martino. Purtroppo, insieme a quel suono scompaiono tutti gli artisti. Per alcuni attimi ci tiene compagnia solo il breve eco di una voce lontana che si spegne nel silenzio con queste parole: Fuggite o resterete imprigionati per l’eternità.
Spaventati, ci voltiamo indietro ed un brivido ci congela quando ci accorgiamo che anche l’ascensore è scomparso nel nulla. Non tutto però è perduto c’è ancora una via di fuga. Dall’altra parte del castello ci sono le rampe oscure che attraversano le prigioni.
Corriamo come folli, con il cuore che ci batte a più non posso; sotto i nostri piedi si susseguono migliaia di rampe, tutte uguali. Niente sembra cambiare e più volte siamo afferrati dallo sconforto. Vorremo smettere. Ma a cosa servirebbe fermarsi? Forse solo a morire.
Meglio, allora, continuare a correre magari per l’eternità ma almeno con la speranza di trovare un pertugio in cui intrufolarsi per uscire da questo orrido incubo.
Quando scocca l’ultimo rintocco della campana troviamo finalmente il portone d’uscita. E’ aperto, senza esitazione lo varchiamo e un istante dopo si chiude dietro le nostre spalle, probabilmente per l’eternità. Anche questa volta abbiamo scampato un grande pericolo. Siamo sani e salvi e, finalmente, liberi.

Ci rimane il ricordo
di un sogno balordo
con bizzarri pittori,
e futuristi scultori,
con un tal Masaniello e
con un giallo Castello
che ci par di ricordar
si chiamasse Sant’Elmo.*

 

castel sant elmo
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* I testi sono di fantasia e rielaborano i dati storici in maniera creativa ed a fini narrativi. Riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali e per informazioni uffciali si rimanda sempre ai siti istituzionali. Le immagini pittura ad olio e le fotografie hanno un fine esclusivamente descrittivo dei testi e non sono commercializzabili. L'autore è proprietario dei testi e delle immagini ed ogni fine di riproduzione anche parziale e vietato se non espressamente autorizzato.

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